Presso l’Aula dei Gruppi Parlamentari si è svolta oggi la Conferenza nazionale del progetto europeo Marry When You Are Ready, durante la quale le mediatrici e i mediatori hanno riportato quanto è emerso durante il lavoro presso le comunità Rom e Sinti coinvolte nel progetti di Roma, Torino, Pavia, Abruzzo e Molise.

Quello del matrimonio precoce tra i Rom e i Sinti è un tema fatto di tensioni contrastanti: tra la società maggioritaria e i Rom, tra richiamo alla tradizione Rom e spinta alla modernità, tra affermazione individuale e coesione della comunità. Le prime a pagarne le conseguenze sono le donne. Per loro matrimonio precoce significa niente scuola, niente lavoro, rischi per la salute, povertà. Eppure può essere l’unico orizzonte che le aiuta ad immaginare un possibile futuro.

«Prevenire il matrimonio precoce», ha ribadito durante la presentazione  Saska Jovanovic Fetahi, presidente Romni Onlus, una delle organizzazioni di donne attiviste rom che hanno dato vita al progetto, «significa prevenire quei meccanismi che bloccano i percorsi di emancipazione ed inclusione. Il matrimonio precoce è sempre stato il grande assente nel dialogo e nella pianificazione politica sul tema, il grande assente nella Strategia nazionale di inclusione di Rom, Sinti e Camminanti, che dovrebbe essere ormai in piena fase attuativa. Ogni genitore Rom che sceglie di rimandare il matrimonio, di rispettare le scelte di una figlia, di assicurarle una adeguata scolarizzazione è per noi una vittoria. Ogni persona che comprende che un’alternativa è possibile è per noi una vittoria». Eppure, ha sottolineato Fetahi, in molti hanno paura perché il razzismo della società maggioritaria spegne le spinte di innovazione, spinge alla difesa identitaria, porta alla chiusura». 

Alfredo Alietti, sociologo dell’Università di Ferrara ha presentato i dati di una ricerca azione condotta in Italia all’interno del progetto europeo che, attraverso 210 interviste a 64 uomini e 146 donne rom condotte a Roma, Torino, Pavia e Isernia, indicano le future prospettive di intervento che, per essere efficaci, dovranno puntare ad inclusione ed emancipazione femminile.

I dati. La metà del campione femminile, evidenzia la ricerca, si sposa tra i 16 e i 20 anni, il 40% prima dei 15 anni e solo il 10% dopo i 20 anni, mantenendo una certa continuità con la generazione precedente.  L’età media del matrimonio,  16 anni circa, quindi è più o meno la stessa delle madri. Il primo figlio arriva nella maggioranza dei casi entro i 18 anni. In oltre l’84% dei casi il partner appartiene allo stesso gruppo etnico e nel 60% gli intervistati hanno dischiarato di conoscere bene il futuro marito o la futura moglie. Una chiusura, secondo Alietti, legata ad un « mix tra reali circostanze nelle quali si cresce e si socializza e la qualità dell’abitare caratterizzato in certi casi dalla segregazione socio-spaziale». Se la scelta del matrimonio è sempre più una scelta personale (nel 46% dei casi), resta, comunque, una percentuale rilevante (oltre il 28%) di situazioni in cui i futuri sposi scelgono di fuggire insieme. Il 75% del campione percepisce come negativa la scelta del matrimonio prima dei 18 anni e il 64% circa lo considera una vera e propria violenza prima dei 15 anni. Emerge, quindi, un movimento verso l’autonomia, se la quasi totalità del campione (l’86%) afferma che non debba essere la famiglia a scegliere il partner e a prendere decisioni sul matrimonio. La ricerca azione mostra quindi un quadro di opposizioni, di tradizione e cambiamento, di codici di comportamento dati e tensioni all’autonomia decisionale.  Da un lato si mantiene una continuità tra generazioni, ma, dall’altro, dalla ricerca emerge un’apertura a rimettere sul piatto della bilancia la scelta del matrimonio precoce a favore delle aspirazioni e della volontà personali. Il problema è, naturalmente», per Alietti, «sostenere con politiche d’inclusione serie, effettive il necessario e atteso cambiamento. Le nuove generazioni e le giovani donne sentono nella loro lealtà al gruppo e alle sue “tradizioni” di poter, comunque, ottenere uno spazio entro cui dispiegare le proprie aspirazioni e autonomie».

Le raccomandazioni. Il progetto si concluderà a Luglio. Ne emergono una serie di raccomandazioni rivolte alle istituzioni e alla politica. Lo scopo è quello di aumentare la loro capacità di autodeterminazione nelle scelte di vita.

«Per molte ragazze Rom il matrimonio è l’unico immaginario di futuro», ha chiosato durante la presentazione l’Onorevole Giovanna Martelli. «Un futuro legato alla sola funzione riproduttiva, elemento di ulteriore discriminazione. Tutta al femminile».

Grazie a Radio Radicale per la realizzazione del Video della Conferenza